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TUTTI SONO UTILI, NESSUNO E’ INDISPENSABILE

Quante volte lo hai sentito dire sul posto di lavoro? Magari accompagnato da un sorrisetto.

Questa frase è inesatta, l’ho imparato nel corso degli anni. E per giunta è senza senso.

Tutti chi? I dipendenti? I “capi”? Chi è utile e chi non lo è?

E cosa vuol dire “utile”? A cosa sei utile? A vendere? Ad amministrare? La tua funzione è quella di un oggetto per l’azienda, come una sedia o il telefono?

Indispensabile cosa vuol dire? Il lavoro non va avanti se ti ammali o se perdi improvvisamente la memoria?

Se sei un “capo” e sei indispensabile alla tua azienda, stai facendo un terribile errore. Vuol dire che non stai delegando le responsabilità alle persone giuste: se ti succede qualcosa che ti impedisce di essere presente, la tua azienda va a rotoli.

Oppure non hai una vita privata. Se ce l’hai, scommetto che è secondaria rispetto al lavoro, su cui concentri la maggior parte dei tuoi pensieri e delle tue energie.

Se sei un manager o un dipendente, la verità è che non sei né utile né indispensabile. Se sei utile, vuol dire che sei considerato come una “cosa” e non una persona. Se ti dicono che sei indispensabile, ti stanno obbligando ad accettare una responsabilità che sta a te decidere se accettare o rifiutare.

Quando lavoravo come dipendente non sono mai stata licenziata, ma mi sono fatta un sacco di problemi a lasciare un lavoro. Pensavo che avrei messo in crisi l’azienda e le persone che lavoravano con me, perché ero “indispensabile”. O almeno così mi avevano fatto credere.

La verità è che quell’indispensabile io NON LO VOLEVO. Ci ho messo un po’ a capirlo. Non mi sentivo “onorata” di essere sempre presente o raggiungibile, in qualsiasi momento della mia giornata.

Quando qualcuno ti rende indispensabile, cerca di obbligarti ad accettare una responsabilità che non è tua. È una scelta davanti a cui ti trovi e puoi fare in modo che non accada.

La frase più corretta è che tutti sono unici e “riciclabili”.

Ogni persona possiede conoscenze, abilità e punti di forza che mette insieme e manifesta in un modo originale e diverso dagli altri.

Cambiare posto di lavoro influisce su come quelle stesse competenze vengono utilizzate e riciclate in un contesto nuovo.

Dimissioni o licenziamento sono un reset, non un fallimento.

Se ti è capitato di essere licenziato dopo che ti hanno fatto credere di essere indispensabile per anni, la prima sensazione “di pancia” è la stessa di un tradimento. Ma come?! Ti ho dedicato anni della mia vita, mi sono preso responsabilità che nessuno voleva, sono stato presente…e ora mi licenzi?

Hai dato le dimissioni e sei stato trattato da “traditore”, come se avessi rifiutato l’onore di essere indispensabile per l’azienda?

Rendere a tutti i costi una persona “indispensabile” è un modo per caricarla di responsabilità che nel tempo portano a farla scoppiare, nel linguaggio business, il termine tecnico è “burn-out” cioè letteralmente “bruciare da dentro a fuori, fino ad estinguersi”. È mancanza di intelligenza emotiva e di leadership da parte di un’azienda o di un’organizzazione. Prima che questo accada, si possono dividere i compiti, limitare il numero di responsabilità o dividere un ruolo tra più collaboratori.

Se “indispensabile” non esiste, vale lo stesso per “sostituibile”.

Si può sostituire un ruolo, non una persona. Si tratta di risorse completamente diverse.

Quando ho fatto il salto nel vuoto e ho deciso di trasformare da zero la mia professione, la prima domanda che mi sono chiesta è stata “Ho successo perché sto facendo la cosa giusta, perché è il lavoro giusto per me e questa è l’azienda in cui voglio lavorare?”.

La risposta ci ha messo un po’ ad arrivare. Mi sono detta “NO”, il successo che avevo in quel ruolo non dipendeva da nessun fattore esterno. Ero io che facevo la differenza, io con la mia passione, l’attenzione e le competenze che avevo portato in ogni posto di lavoro in cui ero stata. Certo, mi era stata data fiducia, ma perché me l’ero guadagnata sul campo. Nessuno mi aveva fatto sconti.

Può sembrare stupido, ma arrivare a questa consapevolezza ha spianato la strada a molte altre scelte.

Ho ammesso che volevo lavorare per me stessa. Mi sono messa a ridere perché avevo trovato il miglior capo che mai avessi avuto, IO!

Nel frattempo, ho fatto molti errori, ho girato un po’ a vuoto e cambiato idea diverse volte su come volevo la mia nuova vita. Ma alla fine, ho usato le stesse risorse che mi hanno portata al successo prima. Sono quelle che mi portano al successo ora.

Ho imparato a scommettere su me stessa, ho scoperto una versione più coraggiosa di me, che non sapevo esistesse. Invece di restare pietrificata nell’idea che avevo di me come manager, dipendente e con il posto sicuro, ho spalancato le porte ai miei valori e alle mie idee. Ho dato aria a cervello e cuore.

Ho cominciato a costruire piani di azione e li ho messi in pratica. Ho fatto tesoro delle persone che credono in me, ho dato un calcio alla paura che ogni tanto mi assaliva alle spalle quando vedevo i conti a fine mese. È diventata una spinta per andare oltre. Oltre ciò che vedo, sento e provo per allineare l’intuito con la disciplina e realizzare grandi cose.

Ho sorriso a chi mi diceva che non ce l’avrei fatta, che non avrei trovato uno studio, clienti o che avrei combattuto con le tasse. Ho sorriso a chi diceva che non avrei registrato il mio marchio, che non avrei avuto un sito internet o un logo. Ho sorriso perché ho cominciato a capire che gli altri rovesciavano i loro limiti su di me. E ho deciso di non accettarlo.

Solo perché loro pensavano che non avrei dovuto mettermi in proprio, non vuol dire che non potevo farlo. Ho ascoltato i consigli e le opinioni e poi sono andata avanti per la mia strada. E sono felice di averlo fatto.

Sono orgogliosa di me e di quello che ho costruito da sola. È l’esperienza più potente della mia vita, più di lanciarsi con il bungee jumping o di qualcos’altro di pericoloso che ho fatto e di cui ti risparmio il racconto. Ho guadagnato una forza che non immaginavo di avere.

Il cambio di prospettiva è stato globale. Pensavo di “funzionare” perché lavoravo in un posto sicuro, con una struttura forte alle spalle. Pensavo che i leader veri restassero sempre sulla cresta dell’onda. E mi sbagliavo!

Oggi dico con orgoglio che nessuno è in grado di sostituirmi, che non sono utile né indispensabile. Nessuno ha le mie competenze e nessuno le sa mettere in gioco nel modo in cui lo faccio io.

Anche se l’azienda è ancora piccola, sta crescendo. Combatto con le questioni ordinarie, ma senza perderci il sonno. So che posso fare meglio e lo faccio.

Il lato divertente è che trovare questa forza ha accelerato ogni altro aspetto della mia vita, anche quella privata. Ho scoperto che ho le energie per fare molte più cose di prima perché sono più concentrata e le disperdo meno nelle cose inutili. Ho scoperto che vivo con più leggerezza perché non sento più il peso di essere indispensabile, nemmeno a casa.

E il mio mondo gira meglio.

Tutti sono unici, ognuno è riciclabile!

A presto